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LA RUOTA



Era riservata ai criminali responsabili di reati contro l'ordine pubblico: assassini, ladri, briganti, stupratori.
Tortura comunissima nell'Europa Germanica, dal basso Medio Evo fino all'inizio del Settecento, consisteva in un doppio supplizio: la vittima, nuda, veniva stesa a terra con mani e piedi fissati ad anelli di ferro; sotto le spalle, i gomiti, le ginocchia e le caviglie venivano posti robusti pezzi di legno; quindi il carnefice con la ruota ferrata (sovente con semplici mazze) spezzava tutte le ossa del condannato, frantumandone gli arti, ma evitando il ferimento mortale.
Nella seconda parte del supplizio, il corpo così fratturato della vittima veniva ripiegato su se stesso e legato su una ruota di carrozza fissata orizzontalmente in cima ad un palo; qui veniva lasciato per più giorni, fino al sopraggiungere della morte.
Si racconta di banditi che agonizzarono per venti giorni, e che ogni sera venivano rifocillati perché il terrificante esempio fosse prolungato il più possibile.
Subirono tale trattamento: il famoso bandito Mandrin, giustiziato nel 1755 e il protestante Jean Calas, accusato di aver ucciso il figlio e riconosciuto innocente quand'era già straziato.


LA SEGA



Il condannato veniva legato, nudo, con le gambe divaricate e a testa in giù, quindi il carnefice cominciava a segarlo dall'alto in basso iniziando dall'inguine.
A causa della posizione capovolta, che assicurava un'adeguata ossigenazione del cervello, ed impediva un troppo veloce dissanguamento, la vittima non perdeva conoscenza finchè la sega non arrivava all'ombelico.
Questo supplizio era riservato spesso agli omosessuali di ambo i sessi, anche se prevalentemente ai maschi. Fino a tutto il Settecento, in Spagna, la sega costituiva un metodo di esecuzione in ambienti militari; in Catalogna, durante le campagne di Napoleone e di Wellington, i guerriglieri catalogni assoggettarono alla sega centinaia di ufficiali e soldati francesi e inglesi; mentre nella Germania di Lutero questo supplizio era riservato ai capi dei contadini ribelli.
In Francia invece, la sega attendeva le donne ritenute streghe e rese incinte da incontri con Satana.


IL BANCO DI STIRAMENTO



Il supplizio dello stiramento, o allungamento longitudinale, mediante forza di tensione, era in uso comune già ai tempi di egizi e babilonesi.
Dal Medio Evo fino al tardo Settecento, questo ed altri strumenti per lo smembramento (vedi il pendolo e la scala) costituivano attrezzi fondamentali in ogni sala di tortura e di inquisizione.
La vittima veniva stesa sul banco con i piedi fissati da due anelli, le braccia allungate all'indietro e legate con una corda azionata da un argano, a questo punto iniziava lo stiramento che subito procurava all'inquisito lo slogamento delle spalle e delle articolazioni, seguito dallo smembramento della colonna vertebrale e quindi dallo strappo dei muscoli, degli arti, dell'addome e del petto.
Prima comunque di questi effetti mortali il corpo del condannato si allungava orribilmente anche di trenta centimetri (come racconta Heribert Daney nel suo Plusieurs temoignages sur la torture en France aux temps de Marie de Medicis).


LA GARROTA



La garrota è stato lo strumento di pena capitale della Spagna in uso fino alla morte di Franco (l'ultima esecuzione ufficiale risale al 1975 quando fu giustiziato uno studente di appena 25 anni, riconosciuto in seguito innocente) e quindi fino all'abolizione della pena di morte nella penisola Iberica.
Lo strumento serviva allo strangolamento dei condannati e nella sua forma più diffusa un meccanismo tirava indietro l'anello messo al collo della vittima fino a procurarne l'asfissia, ma molte furono le varianti apportate sia per scopo di torture inquisitorie che di morte.
La garrota presente in questa mostra è un esempio di strumento di tortura usato fino all'inizio del nostro secolo in Catalunia e in alcune località dell'America Latina.
Il condannato veniva fissato al palo con un collare, quindi mentre l'aculeo penetrava e schiacciava le vertebre cervicali, la vite spingeva il collo in avanti, forzando la trachea contro la fascia di ferro e procurando una morte atroce, sia per asfissia che per lo stritolamento delle vertebre.
In Ungheria venne usato, sino a qualche anno fa il Gibetto in tutto simile alla Garrota spagnola; era composto da un palo al quale il condannato veniva fissato con un cappio cortissimo.


IL CAVALLO SPAGNOLO



Durante il Medioevo, il supplizio del cavallo spagnolo era destinato a streghe o comunque alle donne sospettate di essere possedute dal demonio; queste venivano poste a cavallo sul blocco di legno in modo che, il peso del corpo, lo spigolo penetrasse nella vagina; le gambe infatti venivano tenute divaricate da legami e al corpo era impedito qualsiasi punto d'appoggio.
La tortura veniva aggravata ponendo accanto al corpo nudo fiaccole accese o fissando al ventre una ciotola contenente un topo vivo in modo che con le contrazioni provocate dal dolore la vittima facesse maggiore pressione sullo spigolo che così penetrava sempre di più, con le conseguenze che è facile immaginare.
In seguito, durante l'inquisizione, il cavallo spagnolo, detto anche caprone divenne il supplizio di una specie tutta particolare di adulterio: quello che le suore commettevano nei confronti dei voti religiosi: così venivano punite le castità infrante.
Molte volte questa tortura veniva esasperata legando delle pietre o comunque dei pesi, anche di trenta libbre, ai piedi della vittima che non sempre era una donna, come si può vedere nella stampa che accompagna lo strumento esposto in questa mostra:


IL CAVALLETTO



Il condannato veniva sdraiato con la schiena sul blocco di legno terminante in uno spigolo tagliente, le mani fissate a due fori e i piedi legati agli anelli di ferro.
In questa posizione (già di per sé atroce, se si pensa che il peso di tutto il corpo gravava sul blocco tagliente) si procedeva al supplizio dell'acqua.
Il carnefice, tenendo chiuse le narici della vittima, introduceva nella bocca di questa, a mezzo di un imbuto, una enorme quantità d'acqua: data la posizione lo sventurato rischiava di soffocare, ma il peggio veniva quando il carnefice ed i suoi aiutanti gli saltavano sul ventre provocando l'uscita dell'acqua, quindi ancora più volte con la stessa procedura fino alla rottura dei vasi interni con l'inevitabile conseguenza di una emorragia che metteva fine al supplizio.
Altro sistema di tortura che si avvaleva dell'uso del cavalletto, riservato alle sospettate di stregoneria, era quello del “filo d'acqua”; l'imputata veniva collocata nuda sotto un getto sottilissimo d'acqua gelata e lasciata in questa posizione per 30 o 40 ore filate.
Questo supplizio era chiamato anche “goccia tartara”, poiché pare sia stato inventato in Russia (paese che ha sempre privilegiato i sistemi di tortura lenti e raffinati).


LA CINTURA DI CASTITA'

La cintura di castità, autentico strumento di tortura femminile, pare sia stata inventata da un tiranno italiano del '400, Francesco II da Carrara, signore di Padova.
L'uso si propagò in tutta Italia e ben presto i fabbri di Bergamo e di Milano divennero molto famosi sia per la fabbricazione, sia per l'effrazione clandestina di questi oggetti.
Applicare la cintura di castità alle proprie mogli o amanti che venivano abbandonate per un certo periodo di tempo (e a quell'epoca le grandi distanze e gli scarsi mezzi di comunicazione imponevano assenze di anni da casa) divenne non solo una moda, ma anche una dura necessità per la società raffinata d'Europa.
Per una donna del Quattrocento, comunque, era preferibile assoggettarsi alla cintura di castità piuttosto che all'orrore dell' “infibulazione”, cioè la sutura della vagina, che in quell'oscuro periodo medioevale era praticata in alcune zone dell'Europa.
In Francia l'uso di cinturare le signore prive di vigilanza venne introdotto da Enrico II e durò sino al secolo scorso.
Nel 1885 il commercio di questi strumenti era ancora così attivo in Francia che fu coniato per essi un termine tecnico: furono chiamati “endozones” (dal greco “aidos”, pudore e “zone”, cintura).


LA CICOGNA DI STORPIATURA



La parola “cicogna” riferita a questo strumento di tortura viene citata da Ludovico Antonio Muratori nel suo “Annali d'Italia” (1749) che ne attribuisce l'uso ai tribunali giudiziari ed inquisizionali romani nel periodo 1550-1650; un altro strumento, quasi identico viene mostrato in Inghilterra nella famosa “Torre di Londra” e viene chiamato “la figlia dello spazzino” senza però chiarirci il motivo e l'etimo del termine.
Anche se a prima vista può sembrare uno dei tanti metodi di costrizione e di incatenamento, questo strumento provocava nella vittima, solo dopo pochi minuti, fortissimi crampi prima dei muscoli addominali e rettali, in seguito di quelli pettorali e degli arti; crampi che con il passare delle ore portavano la persona incatenata in questa posizione a stati quasi di pazzia.
Spesso poi il ferro, lacerando la carne al minimo movimento, procurava al condannato infezioni gravissime, quali la setticemia, che portavano inevitabilmente alla cancrena.


LO SCHIACCIATESTA

Questo strumento, di cui si hanno notizie già nel Medioevo, pare godesse di buona stima specialmente nella Germania del nord.
Il suo posto sulla sbarra inferiore, poi la calotta veniva abbassata a vite sulla testa; prima si spezzavano gli alveoli dentari, poi le mascelle, quindi avveniva la fuoriuscita della materia celebrale attraverso la calotta cranica.
Con l'andare del tempo questo strumento ha perso la sua funzione di morte ed ha assunto quella inquisitoria e di tortura.
In taluni paesi dell'America Latina uno strumento molto simile a questo è in uso ancora oggi, anche se la calotta e gli appoggi inferiori sono imbottiti di materiale morbidissimo, che non lascia segni visibili sulla carne della vittima, ma che trova quest'ultima pronta a collaborare solo dopo pochi giri di vite.


PINZE E TENAGLIE



Le pinze, le cesoie e le tenaglie erano sempre presenti nel corredo di attrezzi da tortura dei carnefici medioevali.
L'uso di questi strumenti, anche a freddo ma preferibilmente arroventate, procurava alle vittime o agli inquisiti dolori incredibili e mutilazioni atroci.
Le tenaglie erano principalmente usate per strappare i capezzoli, unghie o brandelli di carne; le pinze tubolari invece erano destinate allo straziamento degli organi genitali maschili.
Solo in tempi recenti è stato stabilito che le ustioni, nella scala di intensità del dolore fisico, sono seconde soltanto al parto, ma i carnefici del Medioevo avevano già capito che genere di atroce tormento può procurare il ferro rovente, specialmente (come nel caso delle tenaglie) se questo viene usato su parti sensibilissime quali i capezzoli.
Un altro sistema di punizione legato al ferro arroventato, e usato sino a metà del secolo scorso, era il “marchio rovente”; veniva impresso a fuoco sulle guance dei vagabondi, zingari, bestemmiatori, e lasciava nelle carni di costoro una cicatrice che accompagnava il condannato sino alla fine dei suoi giorni.


LO STRAZIASENI



Il '400 fu il secolo in cui le streghe e la magia nera erano di moda.
Le credenze popolari, in questo campo erano talmente radicate che il commercio di olio santo, di ceneri, di ostie consacrate, di grasso di cadaveri, di sangue, di pipistrelli e così via, ai fini di messe nere e di mostruose cerimonie era ormai all'ordine del giorno.
Tutte le streghe e gli stregoni venivano parificati agli eretici; la tattica della lotta ad oltranza contro l'eresia fu così portata sul terreno della magia nera.
Gli strumenti contro streghe ed eretici erano innumerevoli, ma spesso si preferiva fare ricorso al fuoco e al ferro arroventato, pensando che fossero più efficaci nella lotta contro il maligno.
Lo straziaseni faceva parte di questo genere di strumenti: dopo averne arroventato le 4 punte il carnefice straziava in masse informi il seno delle vittime.
In alcune regioni della Francia e della Germania, fino al '700, questo attrezzo prese il nome di “Tarantola” ed anche “Ragno Spagnolo”, con esso veniva straziato il petto delle ragazze madri e delle colpevoli di aborto autoprocurato.